Merenda salata

Teseo e il Filo di Arianna

Un tempo, la città di Atene era governata da un re di nome Egeo, che aveva un figlio, Teseo, forte e coraggioso.

Atene era stata in guerra con Creta e, per salvare la città e riportare la pace, Egeo aveva promesso che ogni anno avrebbe pagato a Minosse, re di Creta, il tributo di sette giovani e sette fanciulle da dare in pasto al Minotauro. Per una maledizione, infatti, Minosse aveva avuto un figlio mostruoso, un essere feroce e sanguinoso, con il corpo di uomo e la testa di toro che…si cibava di carne umana!

Il padre, per la vergogna, lo teneva rinchiuso nel Labirinto, un immenso palazzo con sale, stanze, corridoi, passaggi e gallerie, disposti in modo così intricato che chiunque vi entrasse, non riusciva più a ritrovare la strada per l’uscita.

Un anno, al momento di inviare le quattordici vittime al loro sacrificio, Teseo decise che era giunta l’ora di porre fine a quella tremenda imposizione. “Padre,” disse “partirò con questi poveri giovani alla volta di Creta. Che io possa morire con loro, o uccidere il Minotauro e liberare il mio popolo!”.

Egeo provò a spiegargli che uscire dal Labirinto era impossibile per chiunque e che il Minotauro era un mostro fortissimo e crudele, ma non ci fu nulla da fare. Teseo aveva deciso: sarebbe partito.

Il padre, allora, allestì la sua nave con due vele, una bianca e una nera. “All’andata, usa la bandiera nera,” gli disse “perché questo è un viaggio funesto. Ma, se riuscirai nell’impresa e tornerai vincitore, fai issare la vela bianca. Ogni giorno io scruterò il mare dalla torre del palazzo e, quando vedrò la tua nave all’orizzonte, saprò subito se gioire o disperarmi.”

Così, dopo una lunga navigazione, Teseo e gli altri giovani giunsero a Creta e, prima di essere gettati nel Labirinto, furono ospitati per la notte nel palazzo del sovrano.

Minosse aveva anche una figlia, giovane e molto graziosa, di nome Arianna. La fanciulla, vedendo Teseo così fiero e bello, se ne innamorò perdutamente!

“Giovane straniero!” gli disse “Il mio cuore piange al pensiero che tra poco finirai in pasto al Minotauro!”. “Non temere” rispose lui. “Io sono Teseo, figlio di Egeo, re di Atene: sono qui per uccidere il Minotauro e salvare la mia patria.”

Arianna tremò per un attimo e impallidì. “Ma non lo sai che, anche se tu ce la facessi a uccidere il Minotauro, non riusciresti più a uscire dal terribile Labirinto? Nessuno è mai riuscito in questa impresa. Tu, coraggioso Teseo, moriresti comunque!”.

“Io non temo la morte, mia bella e dolce principessa. Gli dei mi aiuteranno!” rispose Teseo con fierezza.

Arianna fu toccata dal coraggio del giovane e, dal momento che non era soltanto bella ma, anche, molto astuta, dopo aver riflettuto un poco, esclamò: “Ti aiuterò! Quando domani vi condurranno al Labirinto, mi nasconderò lungo la strada e ti passerò un gomitolo di filo. Io ne terrò un capo e tu lo srotolerai man mano che attraverserete i corridoi e le gallerie del palazzo, così poi vi basterà riavvolgerlo e ritroverai la strada verso l’uscita!”. Così disse, poi aggiunse: “Ti darò anche un pugnale dalla lama avvelenata: non appena lo colpirai con quello, il Minotauro morirà all’istante”.

Venne la mattina seguente, e Arianna fece come promesso. Teseo, insieme ai compagni, si lasciò condurre per i corridoi bui del Labirinto, nascondendo il pugnale e il gomitolo.

L’atmosfera era tetra. Il silenzio spaventoso. Soltanto i passi degli sfortunati echeggiavano in quell’intrico di gallerie…finché, dopo mille cunicoli, sale e passaggi, il gruppo di giovani giunse nel salone centrale.

All’improvviso si levò un muggito terrificante e il mostro enorme apparve: enorme, aveva la bocca spalancata e gli occhi iniettati di sangue!

Vide i giovani che dovevano essere il suo pasto e si lanciò su Teseo, che gli si era presentato davanti.

Teseo fu pronto a reagire: aspettò che il mostro gli fosse quasi addosso e, con la velocità del fulmine, gli conficcò il pugnale avvelenato nella gola!

Il Minotauro emise un urlo tremendo e, dibattendosi, si accasciò a terra e morì.

Giustizia è fatta!” esclamò Teseo e, riavvolgendo il filo datogli da Arianna, riuscì in un batter d’occhio, a trovare l’uscita, seguito dai compagni.

Fuori, la fanciulla li attendeva ansiosa. Appena vide Teseo tutto coperto del sangue del mostro, gli corse incontro e lo abbracciò con ardore. “Bisogna salpare prima che Minosse venga a sapere cos’è accaduto!” disse Teseo.

Così, raggiunta la nave, i giovani ateniesi spiegarono velocemente le vele e presero il mare. A loro si unì Arianna, per sfuggire all’ira del padre e per amore di Teseo.

Ce l’avevano fatta! Ma, durante la notte, una furiosa tempesta li colse di sorpresa: tra le onde altissime e le raffiche di vento, la nave fu sospinta verso un’isola che sembrava deserta.

Tutti scesero per trovare riparo e attendere la fine della tempesta, così anche Arianna si sdraiò sotto un albero e cadde in un sonno profondissimo.

Dopo molte ore, la fanciulla si svegliò e, guardandosi intorno, non vide più nessuno. Com’era possibile? Scrutò l’orizzonte e, in lontananza, vide la vela nera della nave di Teseo.

Era stata abbandonata! Teseo era ripartito senza nemmeno svegliarla! “Io ti ho salvato la vita, Teseo!” gridò, disperata “E ti mi ricambi così? Ingrato ateniese! Dei dell’Olimpo, vendicatemi!”.

Come si legge nel mito di Dioniso, la giovane e bella Arianna rimase sola per poco perché, infatti, il dio Dioniso la trovò sulla spiaggia dell’isola, mentre piangeva, la consolò e la sposò.

La punizione degli dei, per Teseo, non tardò ad arrivare. Il giovane eroe riprese, così, a veleggiare verso casa: la contentezza e l’orgoglio per l’impresa compiuta erano tali, che dimenticò il patto fatto con il padre e non fece issare sull’albero la vela bianca.

Così, quando giunse in vista della costa ateniese, la nave di Teseo aveva ancora la vela nera della partenza.

Egeo, che tutti i giorni scrutava l’orizzonte, quando la vide, si sentì mancare. “Mio figlio è morto! Mio figlio è morto!” iniziò a urlare, straziato dal dolore.

“Non posso più vivere! Figlio mio, ti raggiungo!”: con queste parole, il povero re Egeo, disperato, si gettò in quel mare che, da allora in poi, fu chiamato con il suo nome.

 

“Le più belle Fiabe d’Altri Tempi” – Crealibri, 2001

 

 

 

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