Prometeo incatenato

Nei tempi dei tempi, il mondo era governato dagli dei, che vivevano su una grande montagna luminosa, chiamata Olimpo.

Dopo una lunga e sanguinosa guerra contro i giganti Titani, Giove era diventato il signore dell’Universo: dall’alto del suo trono d’oro, sulla vetta dell’Olimpo, bastava che facesse un cenno e tutti, animali e dei, gli obbedivano.

Alcuni Titani, però, non avevano partecipato alla guerra contro Giove e, tra questi, c’era anche Prometeo, un gigante saggio che sapeva prevedere il futuro e voleva bene agli uomini, gli esseri mortali che vivevano sulla Terra.

A quel tempo, gli uomini conducevano una vita veramente infelice: senza armi né vestiti, si riparavano dal gelo della notte e dai cocenti raggi del sole, in basse caverne. Per difendersi dagli animali selvatici avevano soltanto sassi e grossi rami, si cibavano della carne cruda e sanguinante degli animali che, con difficoltà, riuscivano ad uccidere. Dopo il tramonto, nelle lunghe notti senza luna, la Terra cadeva in un’oscurità senza fine, che li terrorizzava, perché li rendeva ciechi, in un mondo buio, in cui echeggiavano soltanto i ruggiti spaventosi delle belve.

Un giorno Prometeo, il gigante buono, non riuscì più a sopportare la vista di quegli esseri impauriti. “Devo aiutare gli uomini!” disse. “Non voglio più che vivano come selvaggi! Ho deciso: regalerò loro il fuoco!”.

Con il fuoco, infatti, gli uomini avrebbero potuto riscaldarsi, tenere lontano, dalle loro caverne, le belve feroci, cuocere la carne degli animali e lavorare i metalli, fabbricando, così,gli attrezzi con cui coltivare la terra e le armi con cui cacciare!

Prometeo sapeva che il fuoco era degli dei e, dal momento che vedeva il futuro, era certo che Giove non lo avrebbe perdonato ma, pur di aiutare gli uomini, era disposto ad affrontare l’ira divina.

Così Prometeo si recò nell’officina del dio del fuoco, Vulcano, che faceva il fabbro e costruiva armi e corazze. “Ecco” gli disse, porgendogli un’anfora “ti porto in dono vino fresco, per calmare la tua sete…Bevi, mio possente amico, e lavorerai meglio!”.

Vulcano accettò l’offerta e bevve, tutto d’un fiato, il contenuto dell’anfora. Passò soltanto qualche minuto e il dio del fuoco cominciò a muoversi più lentamente…finché piegò il capo e chiuse gli occhi. Prometeo aveva, infatti, mescolato, al vino, il succo di papavero che, come si sa, fa addormentare! “Ora posso agire indisturbato!” pensò e, così, rubò alcune scintille dal fuoco sacro, che ardeva nella fucina, le nascose in un bastone cavo di bronzo e si precipitò, di corsa, dagli uomini.  

Uomini, amici miei! Vi porto un dono!” urlava, mentre scendeva dall’Olimpo a grandi passi. “Ecco il fuoco: è vostro! Sarà la vostra vita, la vostra salvezza!”. E, così dicendo, giunto sulla Terra, accatastò qualche ramo e vi gettò sopra le scintille rubate a Vulcano, accendendo un immenso fuoco, attorno al quale gli uomini presero a cantare, urlare e far festa, colmi di felicità.

Il chiarore delle fiamme e le grida di gioia salirono fino all’Olimpo. Giove, incuriosito, guardò in basso e quello che vide lo fece adirare terribilmente. “Chi ha osato rubare il sacro fuoco degli dei?” tuonò minaccioso. “Prometeo, tu sei il responsabile e sarai immediatamente punito!”. Poi, rivolgendosi a Vulcano: “Tu dovevi custodire il fuoco e non l’hai fatto. Ora ti ordino di catturare Prometeo e di forgiare catene e anelli, enormi e impossibili da spezzare, per incatenarlo a una rupe! Ed io qui giuro solennemente che mai lo staccherò da quella roccia, a cui resterà legato per l’eternità!”.

Vulcano obbedì agli ordini di Giove, anche se a malincuore: il gigante era suo amico. “Prometeo, perché l’hai fatto?” gli disse, mentre stringeva le catene ai polsi e alle caviglie. “Ora dovrai restare qui, per sempre, su questa roccia altissima. Il tuo corpo sarà bruciato dal sole e sferzato dalle tempeste, diventerai cieco, abbagliato dal chiarore delle nevi. Patirai la fame, la sete e il freddo, senza poterti muovere, né trovare conforto nel sonno!”.

Prometeo non diceva nulla e si lasciava incatenare alle desolate rupi della Scizia, ai margini del mondo, affacciate su un orribile precipizio, perché sapeva che, con il suo sacrificio, aveva salvato gli uomini e donato loro la civiltà.

Che supplizio lo attendeva! La vendetta di Giove fu terribile: ogni mattina, un enorme aquila scendeva dalle cime innevate, si avvicinava a Prometeo incatenato, gli squarciava il torace con il becco e si cibava del suo fegato.

Durante la notte, per miracolo, il fegato ricresceva e le ferite si rimarginavano ma, all’alba, l’aquila tornava e, nuovamente, affondava il becco nel corpo del gigante, per divorargli il fegato!

Passarono, così, molti anni e Prometeo era sempre più stremato, logorato dal sole e dalla pioggia, con il torace squarciato. Anche se dalle sue labbra uscivano lamenti, il gigante accettava, con coraggio la sua sorte, ricompensato dalla felicità degli uomini.

Un giorno Ercole, figlio di Giove, durante le sue avventure, si trovò a passare nei pressi di quella rupe. “Sventurato gigante!” disse, l’aquila che lacerava il corpo di Prometeo. “Io porrò fine alle tue sofferenze!”. E, così dicendo, trafisse l’animale con una freccia e liberò il gigante. Dall’alto del suo trono, Giove assistette alla scena e il cuore gli si riempì di orgoglio per la prodezza del figlio. Così, non protestò ed ebbe, finalmente, pietà del povero gigante.

E sia: d’ora in poi sarai libero!” tuonò dall’Olimpo ma, per tener fede al suo giuramento, ordinò a Prometeo di portare sempre un anello fatto con il metallo delle sue catene e un pezzo della rupe, alla quale era stato incatenato. In questo modo, il gigante rimase sempre unito a quella roccia e gli uomini, ricordando il suo supplizio, gli furono sempre riconoscenti.

 

“Le più belle Fiabe d’Altri Tempi” – Crealibri, 2001

 

 

 

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