Il fiume Ticino racconta le sue rive

“Dal passo della Novena e del San Gottardo ne ho sempre attraversata di terra. Giù dalle montagne, correndo tra i sassi, fino a prendere forza e spazio, in pianura, verso il fiume Po che scorre vigoroso, per unirmi ai fratelli nella corsa al mare. Ma durante il mio solitario cammino mi guardo intorno, sono curioso, mi piace osservare e ascoltare la vita lungo le rive. D’inverno tutto è silenzioso e quieto, in primavera il paesaggio si fa lussureggiante e l’aria dolce, ma d’estate… ah, la bella stagione! Le mie spiagge si popolano di gente, tutti alla ricerca di un pezzettino di “vacanza” a portata di bicicletta, perché non tutti hanno tempo e modo di andarci come me al mare. E così da giugno la vita si accende sulle rive e io allora passo e rallento, mi adagio tra i sassi e osservo.

Ricordo un tempo, a metà del secolo scorso, quando ancora si parlava in dialetto, in cui l’estate portava sulle mie rive tanta vita: ragazzi, anziani, famiglie con bambini, tavolini improvvisati, biciclette posate nell’erba, vestiti abbandonati con un po’ di ritrosia e la bella musica italiana che si diffondeva dalle radio. Le compagnie di ragazzi spavaldi venivano per “noà” ( per nuotare) sulle mie rive, preparavano capanni di frasche e canne e organizzavano gare di nuoto tra le mia acque; le famiglie invece arrivavano per prendere il fresco o per “coeuses al so” (abbronzarsi), mentre i bambini erano sorvegliati a vista e giocavano tra i sassi della riva. Uno dei giochi più comuni, nei tratti in cui scorro lento e placido, era far saltare un sasso sulla superficie dell’acqua, e sfidarsi a fare più rimbalzi di tutti. Lo chiamavano “far le peche d’oc”, cioè fare le impronte dell’oca sull’acqua: ci voleva molta abilità, sia nel lanciare sia nel scegliere il sasso, ma i miei sassi arrotondati son sempre stati adattissimi allo scopo. A una cert’ora però i bambini erano richiamati: era il momento del pic-nic! Grande protagonista era “l’inguria” (l’anguria), a scelta tra la gigante “cunt i gandolitt negher” e la più piccola “cunt i gandolitt bianch”. Si comprava dai cocomerai, si teneva sotto l’acqua corrente nella vasca da bagno e appena giunti sulla riva si metteva in acqua per tenerla fresca. Si mangiava l’anguria in compagnia e si beveva la Coca Cola, appena conosciuta, e altre bibite nostrane. Gli anziani dicevano che “a San Bartolomèe l’inguria l’è bona da lavà i pèe”, cioè che dopo il 24 agosto l’anguria non è più buona. Quindi sotto tutti quanti prima che l’estate finisca!

Nei punti in cui scorro tranquillo e basso potevo fermarmi a osservare chi stava per “saltà-dent a fa la spansciada” (buttarsi  in acqua rumorosamente), i più timidi che preferivano “fa la settada”, (pucciarsi appena) o chi indeciso non osava entrare e stava lì “tra ‘l gnacch e ‘l petacch”. Guardavo chi si buttava e nuotava “a perteghetta” (a stile libero) o imitando “l’anedin” (anatre) oppure chi si riposava supino sul pelo dell’acqua, facendo “el mort”. C’era anche chi di nuotare non aveva voglia e prendeva una barchetta per fare una bella gita sull’acqua lungo le mie rive, soprattutto prima della diga di Sesto Calende, ammirando le bellissime ville lungo le rive. E nel pomeriggio arrivavano i gelatai ambulanti, con la motoretta e il camice bianco, e annunciandosi con la trombetta richiamavano i bambini ingolositi dai gelati e dai ghiaccioli freschi, molto apprezzati perché avevano gusti
speciali come l’orzata e il tamarindo. A volte sullo stecco dei ghiaccioli messo a nudo era impressa la scritta “hai vinto” e bastava, la volta successiva, consegnarlo al gelataio per averne un altro in regalo.

La sera, prima che le zanzare attaccassero i malcapitati ritardatari, piano piano ragazzi, famiglie e bambini raccoglievano le loro cose, riprendevano i vestiti e le biciclette e ritornavano a casa, augurandosi di rivedersi il giorno dopo o la domenica successiva. E io riprendevo il mio viaggio. Un mulinello, un’onda briosa e via verso valle. I miei fratelli fiumi mi aspettano e ci attende il mare!”.

 

Articolo di Diego Marangon, liberamente tratto dai racconti degli ospiti del Piano Terra e del Centro Diurno dell’associazione  Il Melo onlus

 

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